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Il cambiamento non arriverà. È già successo.

  • Gian Giacomo Ermacora
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 14 ore fa

Perché oggi il vero problema non è più solamente l’adattamento, ma capire veramente cosa sta cambiando



Per molto tempo abbiamo parlato di cambiamento come di qualcosa da preparare. Un evento in arrivo, una transizione da gestire, un tema da inserire nel prossimo piano strategico. Era una rappresentazione rassicurante: il cambiamento sembrava un passaggio chiaro, qualcosa che si poteva collocare nel tempo e affrontare con ordine.


Oggi questa rappresentazione non regge più.


Il cambiamento non è davanti a noi, è già dentro ciò che facciamo ogni giorno: nei mercati, nei processi, nelle tecnologie che utilizziamo, nel modo in cui lavoriamo e nelle aspettative delle persone. In molti contesti la sensazione è evidente: stiamo inseguendo qualcosa che pensavamo di poter guidare.


Lo si vede nella politica, dove gli equilibri si muovono più velocemente della capacità di interpretarli. Lo si vede nell’economia, attraversata da tensioni continue e interdipendenze difficili da governare. Ma la trasformazione non riguarda solo questi ambiti. Tocca anche la cultura, l’arte, la società. Cambiano i riferimenti, cambiano i linguaggi, cambia il modo in cui riconosciamo ciò che ha valore.


Nella cultura e nell’arte, per esempio, i canali tradizionali non detengono più il monopolio della legittimazione. Per lungo tempo il riconoscimento seguiva traiettorie relativamente chiare: editori, critica, istituzioni culturali, media consolidati. Oggi può emergere altrove, con maggiore rapidità e in forme frammentate, distribuite, spesso guidate da community, piattaforme e dinamiche digitali. Anche il modo in cui un contenuto viene recepito e diffuso è cambiato: i tempi sono più brevi, le interpretazioni più instabili.


Nella società accade qualcosa di simile. Alcune certezze che davano stabilità non sono più così solide. Il lavoro non è più vissuto solo come un percorso lineare. L’autorevolezza non deriva automaticamente dal ruolo. Le persone si muovono tra appartenenze più fluide e chiedono qualcosa di diverso: più senso, più coerenza, più possibilità di partecipazione. Anche la fiducia si comporta diversamente: può nascere in fretta, ma può svanire con la stessa rapidità.


Sul piano tecnologico, poi, non si tratta semplicemente di accelerazione. Il cambiamento arriva per salti, spesso difficili da assorbire. In passato le innovazioni avevano il tempo di consolidarsi, mentre oggi si susseguono così rapidamente che spesso non vengono comprese fino in fondo prima di essere superate. L’intelligenza artificiale è solo uno dei segnali più evidenti di questa dinamica, ma il fenomeno è più ampio: riguarda il modo stesso in cui costruiamo conoscenza e prendiamo decisioni.


Per l’ingegneria, tutto questo non è uno sfondo, di fatto è il contesto in cui si lavora.


Negli ultimi vent’anni ho avuto l’opportunità di lavorare con team molto diversi tra loro, in settori che vanno dal finance alla difesa, dall’aerospazio all’automotive. Ho seguito l’introduzione di nuovi paradigmi tecnici e organizzativi, ho visto aziende riorganizzarsi, ridefinire ruoli, cercare di evolvere il proprio modo di operare. E mi sono confrontato con persone a tutti i livelli: dai vertici aziendali fino ai profili più operativi.


In contesti anche molto distanti tra loro, ho osservato una dinamica ricorrente. Tutti chiedono velocità. Tutti chiedono performance. Ma raramente ci si ferma a considerare cosa si perde lungo il percorso.


Quando la comprensione si riduce, la velocità smette di essere un vantaggio. Diventa rumore, genera attrito, produce rilavorazioni. A volte crea l’illusione di efficienza, ma il valore reale resta limitato.


Il punto è che l’ingegneria di oggi non lavora più su oggetti isolati. Lavora su sistemi che si influenzano a vicenda, spesso guidati dal software e dai dati, inseriti in contesti regolati e interdipendenti. In questi sistemi, gli effetti non restano confinati, ma anzi si propagano.


Un errore (a qualsiasi livello nella creazione di un prodotto o di un sistema complesso) non è più solo un errore locale. Può emergere molto più avanti, quando intervenire è più costoso. Può creare tensioni tra team, rallentare integrazioni, compromettere relazioni. A volte incide anche sulla percezione esterna, con conseguenze che vanno oltre il progetto stesso.


Un requisito scritto male, per esempio, non si ferma al “documento”. Entra nel ciclo di sviluppo, si trascina nella verifica, riemerge in integrazione. E se nasce da una comprensione parziale del contesto d’uso, il problema non è tecnico: è sistemico.


Per questo oggi io ritengo fortemente che non basti più essere solamente “bravi nel proprio mestiere”. Non mi si fraintenda: la competenza specialistica resta fondamentale, ma da sola non è più sufficiente, poiché serve anche la capacità di vedere come il proprio lavoro si inserisce in un quadro più ampio e serve capire che ogni decisione ha effetti che vanno oltre il proprio perimetro.


È qui che, per me, l’ingegneria dei sistemi cambia natura e non rimane circoscritta nelle discipline canoniche per letteratura, ma diventa invece un modo di leggere la realtà.


Non vengo da un percorso accademico ingegneristico in senso stretto. Eppure da vent’anni lavoro dentro questi contesti. Questo mi ha portato a vedere l’ingegneria più che un come un insieme di definizioni, piuttosto invece come uno sforzo continuo per tenere insieme elementi diversi: obiettivi, vincoli, persone, conseguenze.


Di recente ho trovato una chiave di lettura utile in un libro: Vita e Natura – Una visione sistemica, di Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi. Non tanto per le risposte che offre, non leggetelo per quello, ma per il “modo” in cui aiuta a guardare le cose.


Il punto di fondo è semplice: ciò che osserviamo non può essere compreso davvero se lo isoliamo dal contesto. I sistemi vivono di relazioni, non di parti indipendenti. È un’idea che sembra intuitiva, ma che nelle organizzazioni viene spesso disattesa.


Molte aziende continuano a funzionare come se i tutti i “problemi” potessero essere separati e decontestualizzati. Ogni funzione si concentra sul proprio ambito, ogni team ottimizza il proprio lavoro e di conseguenza in superficie il sistema sembra funzionare. Ma qualcosa si perde: la visione complessiva, la comprensione degli impatti reciproci, il senso del valore generato.


Per molto tempo questo approccio è stato sufficiente. Oggi mostra i suoi limiti. Non perché la specializzazione non serva più, ma perché la frammentazione ha un costo crescente. Quando ciascuno vede solo una parte, i problemi emergono tardi e le responsabilità si diluiscono.


Si lavora molto, ma non sempre si capisce abbastanza.


Per questo è necessario sviluppare una prospettiva diversa, non significa sapere tutto, ma comprendere abbastanza del sistema in cui si opera da prendere decisioni più consapevoli.


Il punto, in fondo, come tutti i cambiamenti è culturale.


Le organizzazioni tendono a rispondere alla complessità introducendo strumenti: nuove procedure, nuovi modelli, nuovi tool. A volte funzionano, ma non sono sufficienti. Il cambiamento reale avviene quando cambia il modo in cui le persone interpretano il proprio lavoro.


Accade quando un team smette di vedersi come un insieme di funzioni separate e inizia a ragionare come un sistema. In quel momento cambiano anche le conversazioni, infatti non si parla più solo di attività, ma di scelte e le domande diventano più profonde, meno automatiche. Non sono sempre comode, ma sono più utili, rendendo il lavoro più consapevole.


In questo scenario, il Systems Engineering ha un ruolo che va oltre gli strumenti. È un riferimento che aiuta a ricordare che ogni decisione si inserisce in una rete di relazioni. E che senza una comprensione condivisa diventa difficile essere davvero efficaci.


C’è poi un altro aspetto, spesso meno discusso: la preparazione delle persone.


Per anni abbiamo dato per scontato che la formazione tecnica fosse sufficiente per affrontare la complessità del lavoro. In parte lo è ancora. Ma oggi emerge un limite, che è dettato dal fatto che la complessità non è solo tecnica ma che invece richiede capacità di interpretazione, di collegamento e di gestione dell’ambiguità.


Queste competenze non si acquisiscono automaticamente. Vanno sviluppate nel tempo, attraverso esperienza ma anche l’esercizio del pensiero sistemico (Systems Thinking).


Per questo il pensiero sistemico non può più essere considerato un’aggiunta, ma dovrebbe essere una competenza di base. Richiede anche una certa umiltà: accettare che il proprio punto di vista è parziale e che comprendere un sistema significa prima di tutto saperlo osservare.


Se vogliamo costruire team in grado di affrontare il cambiamento, non basta selezionare competenze tecniche. Serve creare le condizioni perché le persone sviluppino questo tipo di sguardo e questo percorso non inizia dalle organizzazioni, ma dalle persone.


Ogni professionista ha oggi la possibilità di ampliare il proprio modo di vedere le cose. Non è un cambiamento che si impone dall’alto, ma che deve partire dal singolo per avere un riflesso effettivamente verso “l’alto”. Il pensiero sistemico è una cosi detta soft-skill che si costruisce nel tempo, nel modo in cui si affrontano i problemi e nelle domande che si scelgono di porsi. Quando questo accade, qualcosa cambia davvero, cambia il modo di lavorare, di decidere e di collaborare.


Ed è proprio quello il momento in cui cambiano le organizzazioni ma anche la società e non per effetto di una riorganizzazione formale, ma perché sono fatte di persone.

 
 
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